Museo storico “Frantoio Fantasia”

Museo Storico
"Frantoio Fantasia"

La storia del frantoio Fantasia è storia di una famiglia e di una comunità, memoria di quell’Abruzzo rurale ostinato che ancora durante il secondo dopoguerra resisteva alla modernità. È storia di un’economia legata ai prodotti e ai capricci della terra, caduta nell’oblio e tornata viva nel 1997 grazie all’impegno di Francesco Fantasia e alla collaborazione del Comune.

I documenti raccolti in anni di ricerche dal dottor Fantasia abbracciano più di due secoli e negli atti è possibile ricostruire le vicende storiche che attraversarono Raiano, la caduta dei Borbone, il periodo Murattiano, via via fino agli anni Cinquanta del secolo appena trascorso.
Di certo ancora attivo nel 1949, la sua data di realizzazione resta incerta, vagamente riconducibile ai primi anni del XVIII secolo per volontà di don Raimondo Fantasia.

Ma fu con l’acquisizione di tre ettari di terreno a ridosso delle Gole di San Venanzio da parte del figlio Francesco, che la famiglia Fantasia intraprese l’attività di produzione olivicola, continuata anche dopo la chiusura del frantoio. Fu probabilmente lo stesso Francesco, a dar fede all’iscrizione apposta sull’arco d’ingresso del frantoio, ad operare l’unico ammodernamento nel 1844, con l’introduzione di due torchi meccanici a movimentazione manuale. Ancora un secolo, poi l’avvento dei macchinari elettrici e la chiusura.

Il frantoio Fantasia è oggi monumento prezioso alla memoria del tempo che fu. Quando i sacchi di olive raccolte a mano venivano portati a spalla nei depositi del “trappeto”, la macina girava lenta mossa dal caparbio traino di un mulo, nel via vai dei contadini che s’intensificava col calare del sole e proseguiva per tutta la notte.

Seguendo la storia del frantoio raccolta nei pannelli esplicativi dell’allestimento museale possiamo immaginare i sacchi vuotati sotto la macina in pietra, la molitura accompagnata dall’attizzatoio, la pasta di oliva stesa sui “friscoli” (dischi di giunco intrecciati) impilati sotto l’immensa trave di legno del torchio più antico. Nella buca sottostante il “mastro” raccoglieva l’olio in superficie, lentamente, con il nappo, un disco di metallo come un grande cucchiaio piatto. In un secondo locale completamente buio, chiamato l’Inferno, si faceva decantare in un pozzo il liquido di scarto, per recuperare ancora un po’ di prodotto nobile. Nulla andava sprecato, l’olio, più di oggi, era oro per la comunità locale.
Le lanterne a olio lampante, le giacche da lavoro appese, le piccole botti ovali realizzate per assecondare le forme del basto, gli arnesi da lavoro appoggiati alle macine, appese ai muri: tutto è lì, pronto all’uso, come se fossimo un attimo prima dell’apertura. I ciottoli del pavimento levigati dagli zoccoli degli asini, i canali di scolo delle acque di scarto bruniti da secoli di utilizzo, la vite in quercia del torchio, sembrano solo attendere che tutto cominci.